quale educazione per i nostri figli

Quale educazione per i nostri figli? Perché esplorare sistemi scolastici alternativi

 

“La libertà è necessaria al bambino perché solo nella libertà può crescere naturalmente” (A. Neill)

 

Oggi voglio parlarvi di scuola ed educazione. Io credo che quella educativa stia diventando un’emergenza nazionale. E che il sempre maggiore numero di bambini che male si adattano ai metodi della scuola statale ci obblighi a riflettere seriamente su quello che vogliamo per i nostri figli.

È solo il mio punto di vista ovviamente. Che vuole aprire una riflessione sulla scuola italiana, senza disconoscere il grande lavoro quotidiano degli e delle insegnanti, oggi fin troppo poco riconosciuti sia a livello economico che sociale. Che si trovano a lavorare in ambienti sempre più ostili in condizioni sempre peggiori.

Come genitori sappiamo tutti quanto sia difficile crescere i nostri uno, due, tre figli e spesso chiediamo invece a chi si occupa della loro educazione scolastica di essere assolutamente perfetti con 30 di loro 200 giorni all’anno.

 

Italia-resto d’Europa: qualche dato interessante

“Educare v. tr. [dal lat. educare, intens. di educĕre «trarre fuori]” (Vocabolario Treccani)

 

I dati sull’organizzazione scolastica rilevati da Eurydice ci dicono che i bambini italiani sono quelli che in Europa fanno più giorni di lezione all’anno (200 appunto). In circa la metà dei paesi europei l’anno scolastico conta 170/180 giorni. I bambini francesi, ad esempio, per tutto il periodo della scuola primaria fanno solo quattro giorni di lezione a settimana, perché mercoledì e sabato stanno a casa.

Cosa c’è dietro questa “ossessione” della scuola italiana di far stare i bambini in classe? Probabilmente tante cose. Non da ultima la scarsità, rispetto al resto d’Europa, dei servizi di conciliazione che consentirebbero alle famiglie di vivere tranquille anche se i propri figli non fossero sui banchi di scuola dalle 8 alle 16, perché troverebbero sul territorio soluzioni educative complementari.

Ma spesso, secondo me, anche l’idea che si impara solo a scuola. Il tempo passato a scuola è quello che istruisce il bambino. Tutto il resto, tempo perso, più o meno. Se no perché tante ore a scuola? E tanti compiti a casa? Davvero i weekend e le vacanze senza compiti sarebbero dannosi per i livelli di apprendimento dei nostri figli?

Se così fosse, dovremmo avere poi i ragazzi più preparati d’Europa, e i tassi di disoccupazione più bassi. Come sappiamo, non è esattamente così.

Sarà per questo che in Italia continuano a nascere e crescere realtà educative alternative, purtroppo poco riconosciute. Sì perché, mentre in quasi tutti i Paesi d’Europa, lo Stato consente alla famiglia di scegliere la scuola (statale o non statale, confessionale o laica) che ritengono più adeguata per i propri figli, assumendosi l’onere dei costi, in Italia la sola scuola pubblica è quella Statale.

Se vuoi una scuola diversa te la devi pagare. Il grado di libertà educativa che le famiglie possono esercitare è quindi molto basso nel nostro Paese.

 

Perché una scuola alternativa?

“La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dare fastidio” (M. Montessori)

 

All’interno del progetto “Tutta un’altra scuola” è stata redatta la “Mappa della scuola che cambia”, che ha individuato in Italia 234 realtà educative alternative alla scuola pubblica statale.

Come dicevo, sono sempre di più i bambini che male si adattano a stare sui banchi di scuola per tante ore, con un programma e un metodo univoco per tutti.

Sì perché i bambini non sono tutti uguali.

Ad esempio, vi ho già parlato dei tre tipi di intelligenza. La scuola statale è modellata fondamentalmente sui bambini con un’intelligenza razionale. I bambini con un’intelligenza istintuale fanno molta fatica a stare nell’ambiente scolastico canonico, che prevede poche pause, poco movimento, poco spazio per l’espressione dei bambini. I bambini con un’intelligenza emotiva non hanno un metodo che li aiuti, hanno semmai una maestra che li capisce.

E allora via di certificazioni per bambini “anomali” di tutti i tipi. Ma quanti dovremo averne per stabilire che non c’è una normalità? Allora, tanti genitori, visto che la scuola è poco attrezzata (e, banalmente, troppo affollata) per andare incontro alle esigenze del bambino “differente”, cominciano a guardarsi in giro alla ricerca di alternative. Perché è chiaro che nessuno vuol vedere soffrire i propri figli fino alla fine dell’obbligo scolastico.

 

La scuola alternativa in Italia

“C’è un presupposto indispensabile per realizzare una scuola autenticamente montessoriana, ed è quello della massima fiducia nell’interesse spontaneo del bambino, nel suo impulso naturale ad agire e conoscere” (M. Montessori)

 

Tra le 234 scuole alternative mappate ce ne sono davvero di tutti i tipi. La cosa che le accomuna è quella di mettere al centro il bambino, il singolo bambino. Dandogli l’opportunità di imparare e di esprimersi nei modi più confacenti alla sua natura. Programmi personalizzati significa meno competizione con gli altri, quindi meno ansia e più risultati.

Si tratta soprattutto di scuole montessoriane e steineriane. Ma ci sono anche scuole ancora più sperimentali, come le scuole libertarie o democratiche, e quelle all’aperto, come le scuole nel bosco. C’è poi tutto il grande mondo degli homeschoolers: le scuole genitoriali e le varie forme di educazione parentale.

Oltre a queste, ci sono 573 scuole statali che hanno aderito al manifesto delle “avanguardie educative” e conducono vari tipi di sperimentazione innovativa.

Mio figlio, ad esempio, frequenta una scuola a metodo Montessori. Maria Montessori, una delle più grandi pedagogiste della storia, ha completamente capovolto l’idea che sta alla base dell’educazione. Il principio cardine del metodo Montessori è “aiutami a fare da solo”. Cioè la fiducia assoluta nella capacità e nella voglia di apprendere da parte del bambino.

Il ruolo dell’adulto non è quello di insegnare, ma quello di mettere il bambino nella condizione di imparare. E osservare le sue risposte per aiutarlo a tirare fuori il suo potenziale migliore.

Come sempre succede, nessuno è profeta in patria: nel 1934 le scuole (“case dei bambini”) Montessori in Italia vengono chiuse, e Maria Montessori inizia a portare il suo metodo prima in Europa poi in India. Con il risultato che ancora oggi le scuole montessoriane sono molto più diffuse all’estero che da noi. Ma negli ultimi anni, appunto, stanno rapidamente crescendo.

 

Una scuola libertaria è una scuola senza regole?

 

Uno dei maggiori miti da sfatare a proposito di questo tipo di scuole è che siano dei luoghi caotici, in cui ognuno fa quello che vuole.

L’anno scorso sono andata a una proiezione del film “Figli della Libertà: documentario dedicato appunto all’esplorazione delle scuole libertarie o democratiche in Italia. Al dibattito seguente, chi interveniva contro il contenuto del documentario, portava proprio questa obiezione: “eh, ma non si può vivere senza regole”.

Ma vi assicuro che non è proprio questo il caso. Al mio esame di Pedagogia all’università avevo un corso monografico su Alexander Neill e la sua scuola di Summerhill, la prima scuola libertaria al mondo, nata in Inghilterra nel 1921.

E ricordo molto bene che questa era già all’epoca la sua battaglia principale. Sia con chi lo accusava di aver avviato un istituto senza regole, sia con i genitori che gli mandavano i propri figli convinti che lì potessero fare letteralmente ciò che volevano.

Ecco cosa risponde Neill

“È proprio la distinzione tra libertà e licenza che molti genitori non sono capaci di afferrare. Nelle famiglie in cui vige una rigida disciplina il bambino non ha diritti. Nelle famiglie sbagliate ha tutti i diritti. La famiglia giusta è quella in cui i bambini hanno gli stessi diritti degli adulti. E la stessa cose vale per la scuola.” (A. Neill)

Concetti di famiglia giusta e sbagliata a parte, mi pare un bellissimo spunto di riflessione: i nostri figli non hanno diritto di fare tutto quello che vogliono solo perché sono piccoli. Ma d’altra parte piccolo non significa vuoto. Forse, nel fare le scelte per loro, dovremmo tornare al significato etimologico di educare: che non è “buttare dentro”, ma “tirare fuori”. I bambini hanno un mondo dentro, e forse dovremmo più spesso permettere loro modo di mostrarcelo, invece di affannarci a sostituirlo con il nostro rassicurante mondo adulto. A casa, come a scuola. Sarebbe bello!

 

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