l'arte del kintsugi per riparare la tua vita

Kintsugi: l’arte giapponese di rimettere assieme i pezzi.

 

“Non permettere alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei.” (Paulo Coelho)

Quante volte quando rompiamo qualcosa non troviamo alternative alla soluzione di buttarla? E quante volte quando a romperci siamo noi, ci aggrappiamo alla tentazione di dimenticare e passarci sopra il più in fretta possibile, come unica àncora di salvezza per tornare alla nostra vita di prima?

I giapponesi quando riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Dietro a questa tecnica (kintsugi) c’è la convinzione che quando qualcosa ha subito una ferita ha una storia, e diventa più bella.

 

Riparare con l’oro

 

“Scegliendo di aggiustare ciò che è danneggiato, non solo ne riconosciamo il valore, ma sviluppiamo un attaccamento ancora più forte nei suoi confronti” (Céline Santini)

 

Il kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica.

Si dice che questa tecnica sia nata alla fine del 1400, epoca in cui la cultura giapponese era fortemente influenzata dal buddismo zen, e che ha visto nascere anche la cerimonia del tè, l’Ikebana, il teatro No.

Pare che lo shogun Ashikaga Yoshimasa avesse rotto la sua tazza da tè preferita e che non volesse disfarsene. Dopo averla mandata a riparare in Cina senza raggiungere risultati apprezzabili, l’ha affidata ad artigiani giapponesi che invece di cercare di nascondere le crepe, hanno pensato di valorizzarle riempiendole d’oro.

È una tecnica che richiede precisione, calma e pazienza: riparare un oggetto con il kintsugi può richiedere anche dei mesi. Ma permette di ottenere dei veri e propri oggetti preziosi: ogni ceramica riparata presenta un intreccio di linee dorate irripetibile perché la ceramica si frantuma in modi sempre diversi. E così ogni oggetto diventa unico: un’opera d’arte!

 

Riparare noi stesse

 

“C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce” (Leonard Cohen)

La pratica del kintsugi nasce dall’idea che dall’imperfezione possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica. È strettamente legato ad un altro concetto della cultura giapponese, difficilmente traducibile, che è quello del wabi-sabi: il riuscire a cogliere la bellezza nell’imperfezione. Una forma di bellezza transitoria e incompleta, e proprio per questo preziosa.

Quello che vale per gli oggetti, vale anche per noi. Da una ferita interiore può nascere una bellezza ancora più profonda. Quello che ci ferisce, ci rende più forti e più sagge. La sfida è capirlo, crederci e darci il tempo di guarire davvero. E di sicuro non è facile!

Io partirei da questa constatazione: la perfezione è comunque un’illusione. Anche la vita che avevamo prima di andare in pezzi, la vita a cui aneliamo a tornare il più velocemente possibile, anche quella non era perfetta. Magari nell’abisso del dolore la idealizziamo. Pensiamo che se quella persona non ci avesse lasciato o su quel lavoro non avessimo fallito, la nostra vita avrebbe continuato ad essere meravigliosa. Ma se la valutiamo onestamente, sappiamo che non è così.

La realtà è che la vita è un insieme di integrità e rottura, di cose e relazioni che funzionano e non funzionano, di cicli positivi e negativi. E wabi-sabi è coglierne la bellezza comunque, anzi forse proprio in virtù di questa transitorietà delle cose.

E d’altra parte l’insegnamento prezioso del kintsugi è che la rottura non è la fine, che le fratture si possono riparare, che ciò che è rotto può tornare migliore e più bello di prima, per quanto adesso ci sembri improbabile.

 

Darsi il tempo di guarire

 

“I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.”  (Kahlil Gibran)

La cosa più difficile è proprio quella di darci il tempo di guarire. Oggi non c’è tempo e non va neanche di moda soffrire. La “società” ci chiede di essere positivi, veloci ed efficienti. Soffrire vuol dire cadere, fermarsi, rallentare: non c’è tempo!

Soffrire inoltre porta con sé l’esperienza dello sbaglio, del dolore, della fragilità: non fa bello! Davvero: perché ci secchi con i tuoi problemi? Stampati un sorriso in faccia e vai avanti!

E così ci troviamo a soffrire due volte: una per quello che ci è successo e una perché dobbiamo nasconderlo, far finta di niente, vergognandoci delle nostre ferite e di una fragilità che gli altri e le altre sembrano non avere mai.

Soffrire ci insegna che la vita non è lineare. Credevamo di andare sempre dritti: credevamo che una volta laureate avremmo lavorato, che una volta sposate saremmo state amate, che una volta avuto figli ci saremmo sentite realizzate. E invece no. La cose non vanno sempre dritte. La vita fa dei giri lunghi e a volte incomprensibili. Ci obbliga a riflettere, a riconsiderare, a scartare, a imparare, a ricominciare.

In fondo kintsugi è quello che fanno gli artisti, quando dal dolore tirano fuori le opere più belle, i quadri più significativi, le canzoni più commoventi.

 

Applicare il kintsugi

 

“Non c’è niente di più bello di una persona che rinasce. Quando si rialza dopo una caduta, dopo una tempesta e ritorna più forte e bella di prima. Con qualche cicatrice nel cuore sotto la pelle, ma con la voglia di stravolgere il mondo anche solo con un sorriso.” (Anna Magnani)

 

Ma come possiamo applicare il kintsugi nella vita quotidiana? Forse provando a seguire le fasi della ricostruzione come se noi stesse fossimo la ceramica di cui non vogliamo disfarci.

La rottura

La prima fase è quella della rottura: in questa fase, quando ci succede qualcosa di brutto, qualcosa che ci ferisce o ci fa vacillare, la prima decisione importante da prendere è quella di non scappare, di non far finta di nulla. Di darci il tempo di raccogliere i pezzi e il coraggio di riconoscere il fallimento e la fragilità, che fanno parte della vita.

È forse la parte più difficile. Quella di stare nel dolore. Di abbracciare il danno, di mostrare le ferite, di ritirarci in noi stesse, di chiedere e accettare l’aiuto degli altri.

Assemblare

Poi c’è la fase in cui si cerca di rimettere assieme i pezzi, che significa prenderci il tempo per valutare la situazione, rivedere il nostro percorso, prendere le distanze dalla nostra storia e guardarla da un’altra prospettiva. Sono i momenti in cui prendiamo contatto con noi stesse, ci conosciamo meglio, cerchiamo di trovare un senso a quello che è successo, o perlomeno la speranza che un senso ci sarà.

Pulire

A questo punto bisogna passare l’aspirapolvere, buttare i pezzi irrecuperabili e pulire quelli che invece abbiamo trovato utili nella fase di assemblaggio. Applicato a noi stesse, significa abbandonare le abitudini che non ci servono più e gli schemi che ci hanno portato in un vicolo cieco. Liberarci del superfluo, delle emozioni negative dell’odio, il rancore, la recriminazione e tornare alla parte più essenziale di noi.

Riparare

È la fase di attesa, in cui mettiamo assieme i pezzi che vogliamo tenere e aspettiamo che si rimarginino. Non c’è molto da fare se non attendere pazientemente che il tempo faccia il suo lavoro. La ferita è stata vista, pulita, curata. Ne abbiamo forse capito il senso, ma questo non basta a guarirla immediatamente. Dobbiamo aspettare che venga il momento giusto, che passi la soffice coltre dell’inverno, prima di poter rifiorire.

Impreziosire

Adesso siamo pronte! Finalmente ci sentiamo di nuovo alla grande. Abbiamo imparato dall’esperienza. Abbiamo conosciuto parti di noi che non sapevamo ci fossero. La guarigione ci ha portato a una nuova più perfetta integrità: le ferite dimostrano che abbiamo vissuto, che l’abbiamo fatto intensamente, che non ci siamo riparate dietro alte difese, ma abbiamo saputo buttarci, rischiare, amare.

Ora ferita è stata decorata con l’oro. Ci ha impreziosito. E ne siamo uscite migliori.

 

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