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Esprimere al meglio le proprie potenzialità: serve pratica o talento?

È un dibattito sempre aperto: riuscire a brillare in un determinato campo è una questione di talento o, piuttosto, di pratica?

Nonostante si sia più volte provato a dare una risposta univoca a questa domanda, le ricerche scientifiche esistenti sul tema non chiariscono affatto la questione: secondo alcuni, chiunque può raggiungere risultati eccellenti con l’impegno e con la pratica, apparentemente in modo indipendente dalle predisposizioni di base. Secondo altri, invece, le “capacità innate” di un individuo contano eccome, e a queste, più che all’esercizio, si deve la possibilità di raggiungere il successo in una determinata attività.

Pratica vs Talento: l’eterno dilemma

L’idea che la pratica “superi” il talento nella corsa verso il successo ha preso particolarmente piede negli ultimi anni anche grazie al libro “Fuoriclasse. Storia naturale del successo” del giornalista Malcom Gladwell, pubblicato nel 2008.

L’autore, dopo aver analizzato le storie personali di alcuni “talenti” indiscussi – dai campioni dello sport ai geni della scienza, dai virtuosi della musica agli uomini d’affari multimilionari – afferma che, in media, l’eccellenza in qualsiasi campo è raggiungibile “scientificamente” con circa 10.000 ore di pratica costante e focalizzata (corrispondenti a 90 minuti di esercizio al giorno per 20 anni, che diventerebbero, ad esempio, 7 passando a 4 ore di pratica al giorno).

L’idea, che si basa sugli studi pionieristici dello psicologo svedese Anders Ericsson, specializzato nello studio delle competenze e delle prestazioni umane, è stata in seguito ripresa anche dall’economista Geoff Colvin nel suo libro “La trappola del talento”. Per Colvin, nessuno scienziato è finora riuscito a dimostrare l’esistenza di caratteristiche genetiche collegate a una predisposizione innata al talento. Mentre le biografie di artisti, campioni dello sport, statisti, capitani d’industria rivelano l’importanza di un metodo di lavoro efficace, basato sulla capacità di analizzare i risultati e imparare dagli errori. Insomma, in qualsiasi campo, “se vuoi, puoi”: perché esiste “un metodo” che porta all’eccellenza, e può essere imparato da tutti.

Per i ricercatori della Vanderbilt University David Lubinski e Camilla Benbow, le cose, invece, non stanno proprio così. I due psicologi hanno condotto uno studio comparativo tra diversi studenti che prendeva in considerazione il loro quoziente intellettivo, scoprendo che quelli che si trovavano nell’ultimo percentile all’età di 12 anni – i “profondamente dotati”, insomma – erano tra le 3 e le 5 volte più predisposti ad ottenere in seguito un certo tipo di successo, come conseguire un dottorato, pubblicare un articolo su una rivista scientifica o un lavoro letterario.

Ciò che emerge da questo studio, quindi, è che i successi individuali sono strettamente correlati a un elevato livello di abilità cognitive, riscontrabili già in giovane età, e quindi, presumibilmente, non acquisite attraverso l’apprendimento.

I risultati di questa ricerca sono stati rilanciati da David H. Hambrick ed Elizabeth J. Meinz, due professori di psicologia delle Università del Michigan e dell’Illinois, in un articolo apparso sul NY Times con il titolo “Sorry Strivers: Talent Matters” (che si potrebbe tradurre in italiano con “ci dispiace per voi che lavorate duramente: il talento conta”).

In questo articolo, i due ricercatori hanno descritto anche i risultati di uno studio condotto su un gruppo di pianisti professionisti, mirato a capire cosa, tra lunghe ore di pratica e talento individuale, contava di più ai fini del raggiungimento di performance eccellenti: a quanto pare, le ore di pratica complessivamente accumulate da ciascun pianista nella sua carriera erano responsabili per meno della metà delle differenze riscontrate nel livello di abilità di ciascun partecipante.

Quest’ultimo studio, quindi, sembrerebbe contraddire in pieno la teoria che sia la pratica, l’allenamento costante e ripetuto nel tempo, a regalare il successo. Perché a raggiungere i risultati migliori sarà sempre e comunque chi ha le migliori predisposizioni di base. Cioè, in pratica, quel dono innato che comunemente viene chiamato talento.

Cos’è il talento?

Probabilmente, la questione è ancora oggi tutt’altro che risolta perché non esiste, anche a livello scientifico, un’evidenza univoca su cosa sia esattamente il talento individuale, da cosa derivi e come possa essere misurato.

Nell’accezione corrente, con “talento” si fa spesso riferimento a un’abilità eccezionale, che connota in maniera singolare un individuo e lo distingue dalla media in un determinato campo o disciplina.
Ma è corretto pensare che il talento o lo si possiede, oppure non c’è nulla da fare? Che avere talento in qualcosa significhi necessariamente diventare dei “fenomeni”?

Un po’ come per la creatività, anche qui, forse, c’è qualche mito da sfatare: il talento è semplicemente un’abilità che possediamo e che ci regala una comprensione piuttosto naturale su come svolgere al meglio una determinata attività. In pratica, è un facilitatore.

Quello che emerge chiaramente confrontando le diverse ricerche sul tema è anche che più che un unico fattore, il talento sia in realtà un mix di tante caratteristiche e abilità diverse: alcune sono correlate a delle predisposizioni genetiche, altre dipendono fondamentalmente dal contesto sociale e culturale individuale. Anche nello stesso campo, quindi, la “ricetta del talento” potrebbe essere diversa da una persona all’altra.

Ed è naturale che sia così: l’intelligenza – ossia la capacità di comprendere il mondo in cui viviamo e di trovare soluzioni adeguate ai problemi che si pongono alla nostra esistenza – è essa stessa un sistema inter-correlato di capacità specifiche e diverse tra loro.

Se fino alla prima metà del ‘900, infatti, l’intelligenza veniva vista come una sorta di abilità univoca, misurabile con gli stessi criteri in qualsiasi individuo attraverso misurazioni scientifiche, a partire dal 1983 questa certezza cominciò a scardinarsi grazie agli studi di Howard Gardner sulle intelligenze multiple. In ognuno di noi esistono, in pratica, diversi tipi di intelligenza, legate ad aree e abilità tra loro diverse: quella linguistica, quella logico-matematica, la visiva-spaziale, quella corporeo-cinestetica, quella musicale, quella emotiva e quella interpersonale.

Anche se negli individui sono presenti tutti i profili di intelligenza specifica, ogni persona ne sviluppa maggiormente alcuni dando vita ad un suo particolare mix. È questo, in sostanza, che determina i talenti di ognuno.

Avere un particolare talento, poi, può sicuramente rendere eccellente qualcuno in un determinato campo, ma essere non così tanto utile in un altro: ciò dimostra che tutto è relativo, e che per essere davvero messo a frutto, il talento debba comunque essere direzionato nell’attività “giusta”. Il che, molto spesso, è anche una questione di opportunità.

A questo proposito, lo psicologo J. Hillmann nel suo libro “Il codice dell’anima” identifica il talento come un indizio della propria “vocazione”, come il riflesso della natura autentica di ogni individuo.
Scoprire il proprio talento è quindi un invito esplicito a seguire la chiamata del proprio daimon (o genio ispiratore) che, attraverso l’espressione del nostro specifico potenziale, ci guida alla realizzazione del nostro destino. Ma, contrariamente a quello che si potrebbe dedurre, seguire il proprio daimon non ci rende per forza le cose più facili: spesso, infatti, il nostro genio ci spinge talmente lontano dalla nostra zona di comfort da spingerci a ignorare la sua chiamata.

Tornando alla domanda iniziale, quindi: è più utile la “pratica” o il “talento”?

In realtà, non siamo davanti a un’alternativa: nessuna ricerca – neanche tra quelle che evidenziano il ruolo chiave delle predisposizioni di base – smentisce che la pratica, il duro allenamento e la perseveranza siano essenziali nel raggiungere determinati livelli di performance. Insomma, il talento di per sé non è sufficiente.

Come sostiene Scott Barry Kaufman, autore del libro “Ungifted”, talento e pratica sono indissolubilmente legate. Senza il talento a fare da facilitatore, non riusciremo ad avere la grinta necessaria a sostenere l’esercizio costante necessario a svilupparlo; ma senza allenamento, il talento naturale difficilmente può emergere.

“Lavoro su un determinato movimento costantemente, finché a un tratto smette di sembrarmi così rischioso. Il movimento rimane pericoloso e sembra pericoloso ai miei avversari, ma non a me. Il lavoro duro l’ha reso semplice. Questo è il mio segreto. Questo è perché vinco.” – Nadia Comaneci

 

“In molti hanno talento, ma l’abilità richiede un lavoro duro… Molta gente crede che il mio modo di giocare sia stato un dono di Dio, mentre in realtà è soprattutto il frutto di ore di lavoro in palestra.” – Michael Jordan

 

3 piccole strategie per fare emergere e sviluppare il proprio talento

Se smettiamo di concepire il talento come come un fattore predeterminato e univoco, che si manifesta solo in alcuni casi, e ci fa spiccare automaticamente dei balzi su tutti gli altri, e – parallelamente – comprendiamo l’essenzialità della pratica nello sviluppo di qualsiasi talento, arriviamo facilmente a una conclusione: tutti abbiamo dei talenti. Basta riconoscerli e svilupparli in modo che diventino davvero risorse utili per noi. Ma come si fa?

Se non sappiamo da dove partire, probabilmente quello che dobbiamo fare è imparare a conoscerci, seguire le nostre passioni, provare cose diverse e non lasciarci scoraggiare subito da eventuali risultati negativi.
E se invece i nostri talenti li conosciamo già, possiamo continuare a imparare per rafforzarli, e affinarli con la pratica.

Qui sotto, alcuni spunti che potrebbero esserti utili:

  • Esplora le tue passioni

Alcuni di noi riconoscono i propri talenti prestissimo, e riescono così a metterli a frutto altrettanto presto. Ma se non li abbiamo ancora trovati, non è mai troppo tardi. Scoprire i propri talenti, come abbiamo detto, è spesso una questione di opportunità. Non posso sapere di essere bravissima nel disegno se non ho mai disegnato in vita mia, giusto?

Proviamo strade nuove: solo esplorando noi stesse e quello che ci piace, e imparando ad uscire dalla nostra zona di comfort possiamo capire quale talento si nasconde in noi e portarlo alla luce.
Fatti guidare dall’istinto e dalla passione: visto che il talento è soprattutto un’inclinazione, seguire il richiamo di ciò che ci piace non potrà portarci fuori strada, no?

Oppure parti da quello che sai fare bene, meglio di chiunque altro: come potresti applicare questo talento nella tua vita per farlo crescere?

  • Credi in te stessa e nelle tue capacità

Tutti possiamo diventare bravi a fare qualcosa che ci appassiona. Ma dobbiamo smetterla di auto-sabotarci con la scusa di non possedere abbastanza talento in quel campo.

Il talento, abbiamo visto, non è nient’altro che una predisposizione, che ci guida nella scelta di determinate attività a cui dedicarci e/o ce le rende più facili. Se scopriamo i nostri talenti quando siamo piccoli, molto probabilmente cominceremo a dedicarci subito alla loro pratica, ottenendo ben presto buoni risultati. Più che avere un talento innato, si tratta di riuscire a capire le proprie inclinazioni e seguirle!

Se qualcosa ti piace profondamente, ma non ti senti abbastanza brava per farla, non dovresti lasciare perdere: piuttosto, concediti il tempo di fare pratica. Tutti noi siamo pessimi quando cominciamo qualcosa di nuovo! Datti il permesso di essere imperfetta all’inizio, e di migliorare pian piano.

  • Pratica in quantità e… con qualità

Per esprimere al meglio il tuo talento non serviranno necessariamente le famose 10.000 ore “teorizzate” da Gladwell! Si possono raggiungere ottimi risultati con molto meno sforzo.

Intanto, perché questo numero è una stima media: ad alcuni dei fuoriclasse analizzati nelle ricerche saranno servite molte più ore di esercizio, ad altri molte meno.
E poi perché, in ogni caso, questo numero astronomico fa riferimento al raggiungimento dell’eccellenza assoluta in un’ottica competitiva. Ma quanti di noi hanno davvero come obiettivo di vita quello di diventare il nuovo Picasso o la prossima Serena Williams?

Inoltre, uno dei punti contestati a Gladwell rispetto alla sua teoria è che non sembra fare distinzione sul tipo di pratica esercitata, cosa di cui invece parlava ampiamente la ricerca di Ericsson da cui traeva spunto. A questo proposito, nel suo studio Ericsson sosteneva che un’abilità importantissima come la memoria di lavoro a lungo termine poteva essere esercitata in pochissimo tempo, dedicandosi alla pratica deliberata: un training focalizzato e svolto in solitudine, mirato specificamente a lavorare sui propri limiti per superarli, anziché – semplicemente – ad allenare le abilità già acquisite.

Secondo Josh Kaufman, poi, il principale deterrente che ci impedisce di esplorare nuove abilità e talenti è la sensazione di “essere terribili” a fare qualcosa. Ma come dicevamo prima, è più che normale quando si è all’inizio! Secondo le sue ricerche, basterebbero soltanto 20 ore di esercizio mirato (corrispondenti a 40 minuti al giorno di esercizio per un mese) per superare questo primo scoglio. Sfruttando la capacità del cervello di imparare velocemente soprattutto all’inizio del processo di acquisizione di una nuova abilità, con 20 ore di pratica raggiungeremo un livello di competenza buono o comunque accettabile che ci darà più coraggio e fiducia per proseguire e continuare a fare pratica.

 

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